PERSONAGGI ILLUSTRI | Ranuccio Bianchi Bandinelli tra politica e archeologia

Ranuccio Bianchi Bandinelli è stato un archeologo e storico dell’arte tra i più influenti del XX secolo.
Nato a Siena il 19 febbraio 1900, da una famiglia appartenente all’antica nobiltà toscana, Ranuccio ebbe un’educazione tesa a sviluppare in lui l’amore per la cultura umanistica. Dopo aver passato gli anni del liceo classico nel pieno della prima guerra mondiale e frequentato per un anno e mezzo l’Accademia militare a Torino, nel 1919 si iscrisse alla Facoltà di Lettere classiche a Roma. Qui, da subito, dimostrò un grandissimo interesse per la storia dell’arte greca e romana. Tuttavia conseguì la laurea in Archeologia etrusca con una tesi su “Chiusi e il suo territorio” discussa nel 1923, di cui fu relatore il professor G.Q. Giglioli.

Ranuccio Bianchi Bandinelli - Wikipedia
Un ritratto giovanile di Bianchi Bandinelli

Iniziò, quindi, il suo percorso di insegnamento dapprima nella scuola superiore, poi in varie facoltà di Lettere classiche tra il 1929 e il 1938: Cagliari, Groeningen, Pisa.
Nonostante nel 1938 avesse pronunciato il giuramento di fedeltà al fascismo, Bandinelli rifiutò l’incarico di direttore della Scuola Archeologica di Atene (incarico resosi disponibile a seguito delle leggi razziali e della destituzione del precedente direttore, Della Seta, di origine ebraica).
Il 1938 fu un anno cruciale per Bandinelli, stretto tra il desiderio di continuare a fare ricerca e la mentalità democratica e antifascista che, come apprendiamo dai suoi diari, proprio in quegli anni iniziò a farsi strada nelle sue riflessioni politiche: già alla fine degli anni ’30, Ranuccio era tra i maggiori storici dell’arte antica in Italia e, proprio per questo, venne scelto per fare da guida durante la visita di Hitler in Italia.
Bandinelli nei suoi diari (raccolti, poi, nel libro autobiografico “Dal diario di un borghese”) ci descrive tutta l’angoscia di un simile compito, che, pare, fino all’ultimo cercò di risparmiarsi. Apprendiamo infatti che, una volta appurata l’ineluttabilità del compito, in lui si insinuò l’idea di compiere un attentato e uccidere i due dittatori. Scrisse nei suoi appunti che avrebbe avuto l’opportunità e i mezzi ma che non ne fu capace. Nel racconto di quei giorni, disincantato e ironico, Bandinelli traccia il ritratto di Hitler, appassionato d’arte ma incapace di una qualsiasi riflessione su di essa, e di Mussolini, disinteressato, ignorante e arrogante.

Dal 1939 al 1944 tornò ad insegnare all’università di Firenze. Nel 1944, al centro della catastrofe bellica, scrisse “A che serve la storia dell’arte antica?”, testo in cui si poneva la questione dell’utilità degli studi classici in un momento così drammatico e in cui si ribadisce la necessità di spendersi per la conservazione del passato.
Dopo una parentesi come direttore delle antichità e belle arti, tornò all’insegnamento universitario prima a Cagliari, poi a Firenze e, infine, dal 1957 a Roma, dove fu mentore di alcuni dei maggiori archeologi contemporanei, quali Andrea Carandini, Filippo Coarelli, Mario Torelli (ndc. recentemente scomparso), Adriano La Regina.
Come scrive Ida Baldassarre nel Dizionario biografico degli italiani: “La sua intensa attività di ricerca scientifica, di pubblicistica, di promozione culturale e di lotte civili contro la degradazione del patrimonio artistico nazionale e, soprattutto, di fecondo scambio con i giovani, studenti e studiosi, non conobbe soste, anche dopo l’abbandono dell’insegnamento universitario.”

Iscritto al PCI (ndc. Partito Comunista Italiano) fin dal 1944, Bandinelli riuscì a dare agli studi di storia dell’arte classica una svolta in senso moderno, introducendo l’interpretazione marxista dei fenomeni artistici quali risultato della struttura ideologica del potere delle classi dominanti.
La grandezza di Ranuccio Bianchi Bandinelli, a parere di chi scrive, fu infatti proprio di passare, dalla ricerca storico-artistica di carattere filologico, imperante in Italia nei primi decenni del XX secolo, ad una visione dell’oggetto antico come testimonianza sociologica e storica. La visione del reperto, quindi, non più come mero oggetto d’arte ma come testimonianza della temperie culturale e politica che quell’oggetto aveva contribuito a creare.
Innumerevoli i suoi scritti. Ricordiamo solamente la fondazione di due riviste scientifiche, La critica d’arte (1935) e Dialoghi di Archeologia nel1967.
Ideò e diresse l’Enciclopedia dell’arte antica classica e orientale, collaborò a importanti pubblicazioni politiche quali Rinascita, Il Contemporaneo e l’Unità.
Il ricordo che di Ranuccio Bianchi Bandinelli ha scritto il suo amico e contemporaneo Giulio Carlo Argan ci sembra il miglior modo di tratteggiare una figura complessa sia per il mondo della ricerca archeologica sia per quello della cultura italiana in generale.

Lo ammirai soprattutto perché, davanti al disastro e senza soldi in cassa, riusciva a trovarne abbastanza per finanziare qualche scavo. Pensava che soprattutto era importante mantenere vivo lo spirito della ricerca: per conservare le cose bisogna conservare la mentalità che vuole conservate le cose. L’importante era non rompere l’unità teorico-pragmatica della scienza. Il teorico deve sapere discendere alle cose se vuole che poi dalle cose si possa risalire al grande disegno storico e alla teoresi, magari alla filosofia dell’arte.

Giulio Carlo Argan

Ranuccio Bianchi Bandinelli si spense a Roma il 17 Gennaio del 1975. I suoi manuali di Storia dell’arte romana restano una lettura essenziale per tutti gli studenti di archeologia.

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Copertina del libro “Roma. L’arte romana nel centro del potere”

Eminent figures | Ranuccio Bianchi Bandinelli between politics and archaeology

Ranuccio Bianchi Bandinelli was one of the most influential archaeologists and art historians of the twentieth century.
Born in Siena on 19 February 1900 to a Tuscan family of noble descent, Ranuccio had an education aimed at developing his love for humanities. After spending his high school years in the midst of the First World War and attending the Military Academy in Turin for a year and a half, in 1919 he enrolled in the Faculty of Classics in Rome. Here he immediately showed a great interest in the history of Greek and Roman art. He eventually obtained a degree in Etruscan Archaeology with a thesis on ‘Chiusi and its territory’, discussed in 1923 and supervised by Professor G.Q. Giglioli.

Ranuccio Bianchi Bandinelli - Wikipedia
Portrait of a young Bianchi Bandinelli

He therefore began his teaching path first in high schools, then in various Faculties of Classics between 1929 and 1938, such as those of Cagliari, Groeningen and Pisa.
Although in 1938 he had taken the oath of allegiance to Fascism, Bandinelli refused the position as director of the Italian School of Archaeology at Athens (a position made available following the racial laws and the dismissal of the former director, Della Seta, of Jewish origin).
1938 was a crucial year for Bandinelli, who was torn between the desire to continue his research and the democratic and anti-fascist mentality which, as mentioned in his diaries, in those years began to make its way into his political reflections: at the end of the 1930s Ranuccio was already among the leading historians of classical art in Italy and, for this very reason, he was chosen to guide Hitler during his visit to Italy.
In his diaries (later collected in the autobiographical book Dal diario di un borghese) Bandinelli describes all his anguish at such a task, which, it seems, he tried to avoid until the very end. In fact, it can be read that once he knew that this task was inevitable, the idea of carrying out an attack and killing the two dictators crept into him. He wrote in his notes that he would have had the opportunity and the means to do it, though he was unable to. In his account of those days, a disenchanted and ironic Bandinelli draws the portrait of Hitler, passionate about art but incapable of any reflection on it, and of Mussolini, disinterested, ignorant and arrogant.

From 1939 to 1944 he returned to teach at the University of Florence. In 1944, in the midst of the world war catastrophe, he wrote ‘A che serve la storia dell’arte antica?’, a work in which he addressed the question concerning the benefits of classical studies in such a dramatic moment, and he highlighted the need to invest in the preservation of the past.
After an interlude working as ‘director of antiquities and fine arts’, he returned to university teaching first in Cagliari, then in Florence and, finally, from 1957 in Rome, where he was mentor to some of the greatest contemporary archaeologists, such as Andrea Carandini, Filippo Coarelli, Mario Torelli (who passed away recently) and Adriano La Regina.
As written by Ida Baldassarre in Dizionario bibliografico degli italiani, “His intense scientific research activity, publications, cultural promotion and civil actions against the degradation of the national artistic heritage and, above all, his fruitful exchange with young people, students and scholars, did not stop even after quitting university teaching.”

Member of the PCI (i.e., the Italian Communist Party) since 1944, Bandinelli managed to modernise classical art history studies, introducing the Marxist interpretation of artistic phenomena as a result of the ideological structure of the power of the ruling classes.
The greatness of Ranuccio Bianchi Bandinelli, in the opinion of who is writing, lies in the fact that he was able to pass from the historical-artistic research of philological nature, which had prevailed in Italy in the first decades of the twentieth century, to a perception of the ancient object as sociological and historical testimony. Therefore, a perception of the artefact no longer as a mere artistic object, but as a testimony of the cultural and political contexts to which that artefact had contributed. 
His works are countless. It is worth mentioning the establishing of two scientific journals, La critica d’arte (1935) and Dialoghi di Archeologia in 1967.
He created and directed the Enciclopedia dell’arte antica classica e orientale, and he collaborated with important political publications such as Rinascita, Il Contemporaneo and l’Unità.
His friend and contemporary Giulio Carlo Argan remembers Ranuccio Bianchi Bandinelli with these words that perfectly outline a complex figure for the world of archaeological research and of the Italian culture in general.

I especially admired him because, despite the devastation and the empty pockets,
he managed to find enough to finance some excavations. He thought that above all
it was important to keep the spirit of the research alive: you need to preserve
the mentality that wants things to be preserved in order to preserve.
The important thing was not to break the theoretical-pragmatic unity of science.
The theorist must know how to descend to things in order to trace them back
to the great historical design and to the theory, perhaps to the philosophy of art.

Giulio Carlo Argan

Ranuccio Bianchi Bandinelli died in Rome on 17 January 1975. His Roman art history manuals remain an essential reading for all students of archaeology.

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Cover of the book ‘Roma. L’arte romana nel centro del potere’

Traduzione a cura di Cristina Carloni.

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