Cesare attraversa il Rubicone: alea iacta est

L’evento 

Il 10 gennaio del 49 a.C. Caio Giulio Cesare, alla testa del suo fidato esercito, attraversò armato il confine politico della penisola italiana: il Rubicone, un fiume che si trova in Emilia-Romagna tra Forlì e Cesena. Chiunque si macchiava di tale crimine, diveniva automaticamente ostile a Roma, un nemico. 

La posizione del Rubicone rappresentata nella carta geografica 

L’antefatto 

Giulio Cesare proveniva dalla gens Iulia, una delle più importanti famiglie romane. Ben presto si affermò come brillante uomo politico ed esponente della fazione dei populares. Tra il 58 e il 56 a.C., il condottiero assoggettò la Gallia Cisalpina e Narbonese, dopo esserne divenuto proconsole; attraverso questa campagna, egli ottenne gloria e potere. In due anni mise in ginocchio la Gallia, sconfiggendo anche gli Elvezi. Egli rimase fino al 51 a.C. in Gallia per riportare all’ordine le tribù galliche che si erano ribellate, tra cui quella di Vercingetorige. Il senato, dunque, iniziava a preoccuparsi della fama che stava riscuotendo il proconsole presso i romani. 

Statua che ritrae Gaio Giulio Cesare, risalente al XVII secolo e collocata al Louvre (immagine da storicang.it)
Cesare contro Vercingetorige (immagine presa da storicang.it)

Cesare contro il senato 

Anche l’altro console in carica – e triumviro -, Gneo Pompeo Magno, cominciò ad essere intimorito dal potere acquisito dall’esponente dei populares. Così decise di allearsi con il senato e attuare una serie di provvedimenti per ostacolare Cesare. Infatti, Pompeo aveva fatto approvare dal senato (e a nulla era valso il veto dei tribuni della plebe) due leggi: nel 55 a.C., la Lex Pompeia Licinia de provincia C. Iulii Caesaris, con cui si prorogava di cinque anni il comando di Cesare in Gallia e la Lex de iure magistratum, in cui nessuno si sarebbe potuto candidare come console fuori Roma, in absentia. Il senato, a questo punto, nominò consul sine collega Pompeo e negli anni successivi furono sempre pompeiani a diventare consoli. La rottura con Cesare era ormai evidente. Soprattutto perché i senatori rifiutarono tutte le proposte fatte dal generale: ossia di mantenere il proconsolato e due legioni e di candidarsi come console in absentia. Ciò non fu possibile per via delle leggi approvate e questa fu la goccia che fece traboccare il vaso. 

Busto che raffigura Gneo Pompeo Magno (immagine presa da storicang.it)

 Il passaggio del Rubicone 

Oltre a ciò, il senato ordinò a Cesare di sciogliere le sue due legioni e di tornare a Roma come privato cittadino. Questo avrebbe comportato la rinuncia a quella gloria e a quel potere per cui il console aveva annientato i Galli e non poteva permettere che accadesse. A Cesare non rimase che agire con la violenza, seguito dalla sua fedele Legio XIII Gemina. Il 9 gennaio, dalla Gallia arrivò fino al fiume Rubicone, il confine simbolico dell’Italia che non si poteva assolutamente varcare con l’esercito; in caso contrario si sarebbe divenuti nemici di Roma. Cesare, il 10 gennaio del 49 a.C., conscio di ciò, lo oltrepassò e venne dichiarato hostis rei publicae. Si dice che, mentre dava l’ordine, abbia pronunciato la famosa frase “Alea iacta est” (“Il dado è tratto”). Con tale espressione intendeva probabilmente che la sua fu una mossa rischiosa nella partita a scacchi che stava giocando con il senato. E se si pensa alle conseguenze di questo gesto, si capisce come la sua fu una strategia vincente. 

Cesare varca il Rubicone nella serie tv Roma (immagine dal web)
Le conseguenze 

La mossa di Giulio Cesare ebbe dei risvolti significativi che cambiarono le sorti della res publica. All’indomani del passaggio del Rubicone, si scatenò la guerra civile tra Cesare e Pompeo/senato. Questa fu combattuta soprattutto fuori dall’Italia, coinvolgendo la Spagna, la Sardegna, la Sicilia e la Grecia. Qui Pompeo venne sconfitto nella battaglia di Farsalo nel 48 a.C., scappò in Egitto e trovò la morte per mano del faraone Tolomeo XIII. Proverbiale è la velocità con cui Cesare vinse queste battaglie; secondo Plutarco, per descrivere le sue rapide vittorie, il comandante avrebbe detto “Veni, vidi, vici”. Ne consegue che Giulio Cesare ebbe il via libera per diventare dictator , assumere pieni poteri e avviare la repubblica verso una nuova forma. Il passaggio del Rubicone per certi versi segnò il primo atto della nascita del principato. 

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