ARCHEOLOGIA | Filicudi, l’isola del diavolo

Anticamente, i Siciliani chiamavo Filicudi “Isola del diavolo”. Forse, questo appellativo deriva dagli otto vulcani che la compongono e che, in tempi passati, dovevano creare un continuo gioco di fumo e detriti vulcanici. Il più alto di questi è il monte Fossa delle Felci, ormai spento.

La storia

Quest’isola fu stabilmente abitata, con insediamenti appartenenti alla cultura di Diana, a partire dalla fine del IV millennio a.C. Ma il momento preistorico più importante è sicuramente quello che vede la nascita dell’insediamento di Filo Braccio. Secondo lo storico archeologo Luigi Bernabò Brea, gli abitanti di questo sito corrispondono al popolo protoegeo degli Eoli. Questa popolazione leggendaria avrebbe anche ispirato il nome dell’intero Arcipelago.

Il nome con il quale questo popolo è riconosciuto dalla comunità scientifica archeologica è cultura di Capo Graziano, dal nome del promontorio su cui sorge il sito. Gli uomini di questa cultura erano sicuramente ottimi navigatori che si dedicavano al commercio marittimo. I manufatti realizzati da questi personaggi sono talmente peculiari da non avere confronti con le culture contemporanee della Sicilia e dell’Italia peninsulare. Si è notata, invece, la somiglianza con alcuni modelli greci che potrebbero avvalorare l’ipotesi che questo popolo provenisse dall’area egea.

Come nel resto delle isole, agli inizi del XIII secolo a.C. anche il sito di Capo Graziano viene abbandonato. Filicudi resta disabitata fino all’età greca. Con l’arrivo dei greci, l’isola viene chiamata Phoinikòdes o Phoinikussa, derivante dalle felci che ancora oggi crescono nel cratere del grande Fossa delle Felci. Le restanti notizie storiche sono molto scarse: Plinio e Strabone riferiscono che Filicudi, assieme Alicudi, erano adibite a pascolo brado. In realtà, le testimonianze archeologiche proverebbero l’esistenza di un insediamento greco stabile nel piano del porto. La vita di questo insediamento sembra protrarsi nel periodo romano e in quello bizantino.

Il mito

Le antiche leggende dei Greci narrano le vicende del re Eolo che, di indole buona e ospitale, accoglie il ramingo Ulisse. Il re era anche il dio dei venti e, secondo il racconto dell’Odissea, prima di partire, regala a Ulisse un otre colmo di tutti i venti tranne uno. Se solo pensiamo al fatto che questi naviganti avevano i mezzi e le esigenze per condurre viaggi e reperire materie prime da commerciare, ecco che la leggenda incontra l’archeologia.

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